In gabbia

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DUPLICE VENDETTA




 



Il romanzo è incentrato sulla figura di Marco Ferreri, brillante funzionario di banca che vive felicemente con la moglie Silvia e la piccola figlia di sei anni, Lilly. La serenità della famiglia viene sconvolta una mattina davanti alla scuola, quando, durante una sparatoria, rimane uccisa la bambina. Apparentemente sembrerebbe una morte del tutto accidentale. Ma è realmente così? Da questo momento la vita dei coniugi Ferreri non sarà più la stessa. Eventi drammatici si susseguiranno e li coinvolgeranno in prima persona, con un crescendo di emozioni e di suspence narrati dall’autore mediante uno straordinario estro creativo, tutto incentrato sul dinamismo delle scene e delle singole azioni. Come sfondo alla vicenda, densa di colpi di scena, l’autore approfondisce la crescita del rapporto di coppia tra Marco e Silvia e la rielaborazione del dolore e del significato della vita da parte dei vari protagonisti, soffermandosi con piccoli quadri su ciascuno di essi. Tutta la storia si svolge nella cornice suggestiva e surreale di una stupenda Torino invernale.
 RECITA PER NOI L'AUTORE 
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Da “Duplice vendetta” - CAPITOLO XXII
Si sentiva stanca, aveva bisogno di rilassarsi. Di riposare. Prese il bicchiere e andò verso la stanza da bagno. Lo posò su un ripiano di marmo. Fece scorrere l’acqua calda nella vasca e vi aggiunse il suo bagno schiuma preferito. Mentre l’acqua scendeva spumeggiando, andò in camera da letto e si spogliò. Rimase con due veli azzurri, sottili come una carezza, a trasparire le più intime bellezze del suo corpo ambrato. Si diresse verso il bagno. Entrando vide il bicchiere, lo sollevò, assaporò un sorso di vino. La stanza era calda, densa di vapore, inebriante. Lo specchio era coperto da una patina di condensa. Si avvicinò. Improvvisamente un “click”, come di serratura arrugginita, scattò nella sua testa. Un “click” e fu abbastanza.
Il cuore si impennò. Il respiro si affannò. Il tempo impazzì in uno scoccar di secondo. Caldo, gocce di sudore imperlavano il suo viso. Vapore, mani impazzite, superfici tastate, tremore di febbre, interruttore, specchio, vapore, armadietto, mani che scivolavano bagnate, scatole, flaconi, cartone strappato, boccetta di vetro, pillole colorate, ancora cartone, boccetta di vetro, pillole colorate, versate, cadute, prese a manciate, inghiottite con bramosia, distrutte, affamate dalla morte, tutte insieme e poi tosse, saliva, acqua fredda in un bicchiere, deglutire, ansimare e mani, mani a cercare un pacchetto di carta piccolo quadrato, lacerato, strappato, brillare di metallo, sottile sensazione tagliente in mano, la morte era sottile, il confine era sottile, piedi nell’acqua, distesa nell’acqua, pressione sulla pelle tesa e fine del polso, taglio, fili blu di vita recisi, rivoli di rosso scorrere lungo il braccio e cadere, cadere sul freddo marmo e sul tappeto. La tristezza che si rivelava passione quando era ormai impazzito il tempo e le lancette non lo fendevano più mentre andava a tingere la schiuma candida, a violentare la bellezza del bianco con la sua drammatica vitalità, a colorare l’acqua, a profumarla di vita andata a male, uscita dal corpo e pronta per il disfacimento, per la frantumazione, per l’irrancidimento, per la morte, quella vita che, quando abbandonava, non poteva che andare incontro alla sparizione, quasi non fosse mai esistita, quasi fosse stato tutto un gioco, un esperimento, un bluff. La vita se ne scorreva via. A frantumarsi, appunto. A disfarsi in un niente d’acqua, come da un niente d’acqua si era materializzata.
Una strana calma all’improvviso. Battito lento del cuore.
Lento, sempre più lento.
Una morbidezza calda e sensuale nei movimenti. Un sorriso dolce, esausto, che sollevava appena gli angoli della bocca.
Mentre il sangue scorreva fuori da quel sorriso, sciupava la bellezza della vita stemperandola nella morte, scolorava le tinte vivaci in un grigiore spento.
Era un sogno.
Lucido.
Portava con sé una pace infinita. La serenità di un lungo sonno, di un lungo, infinito abbandono.
Ed in questa pace, in quest’abbandono Silvia trovò la rinascita, finalmente!
Che esperienza, comunque fosse stata, che esperienza!
Soltanto alla fine del viaggio si sarebbe potuto dire se si fosse mai avuto un nome o se ne fossero avuti tanti o forse nessuno e quale fosse stato. Se si fosse dato ragione all’attimo appena passato o gli si fosse dato torto. Con la voglia di perdersi, sempre. Con la paura, la debolezza, la fragilità, la forza, la potenza, con tutto ciò che si aveva dentro, comprese le briciole.
Si inseguivano sogni di morte per la troppa voglia di vivere.
Ora Silvia, mentre la vita l’abbandonava, lo sapeva.

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